La sorgente del silenzio
Vivo nei miei angoli temperati e sconosciuti, nelle spietate esalazioni umane. Le vite vuote e contano a gocce il passato. stormi di parole sulla pelle secca si riuniranno in rotte senza tempo come ombre di plastica minuscole.
Il big bang dell'umana ragione, l'inizio di un atavica disperazione, concetti 48 bit e 500 Mega al secondo; filosofie come circuiti in rame templi come dialettica della polvere.
Le lacune del suono sono in ogni parola al mondo, stringono lacerano e lasciano l'odore; blurp: catrame della trascendenza del Dio pastore.
In questa assenza di forma, impero nella permanenza come profonda delusione, attraverso le infinite pagine delle mie percezioni.
Mi intendo di miserie e sconfitte anestetizzate, scrivo di categorie umane, la dispnea di vite parossistiche, lascio traccie ai posteri serpeggio attraverso la verità somigliando a una metafora.
Oggi ho deciso di graffiare il cielo, trasformerò le foglie in nubi depositerò cristalli di voci silenziose come echo interni a tazze colme di galassie; accenderò fuoco alla catastrofe dei cielo: ballerò intorno alla mia vita come nebulosa feroce.
Imparerò la lingua della sopravvivenza: uccidere.
Sono mistero, ho enormi occhi neri; attratto da un fumo mistico emano energia elettrica nelle roccie. Sono il mantra della bestia.
Amo essere schiacciato; maledetto dalle fiamme della miseria.
Sono la possibilità invisibile cesso di morire e nascendo viaggio nei veicoli del pensiero.
Cammino sulle braci ardenti dell'intuizione, annego nei fiumi per riemergere come un principiante dell'assoluto.
Sono venuto e ho visto il mistero, sono morto per vedere la verità, scrivo linguaggi eterni con occhi sacri.
Lego fili di incenso intorno alla mia anima inquieta.
Eccomi.
Riposo la testa sui cuscini del giudizio, imbratto le mie percezioni dei sensi; il mio sonno veglia è il battito del tempo. Grigio nuvola è la mia casa eterna, un illusione veloce, una stella minuscola calorosamente avvolta nel vuoto totale.
E' una strana visione tutta interna, passo i sentimenti sul marmo all'interno di ogni mia verità nascosta, costruisco i vuoti dell'assenza.
Le colonne per una nuova cattedrale sono pronte, quale sede per cantare la mia memoria. Un giorno spero, ricorderanno l'artigiano matto che dipinse il paesaggio della sua anima con l'aurora di un folle sogno.
Questa poesia è già una reliquia, una voce nelle scuole di colui che fù, un incontro atipico della fatiscenza della lingua umana.
Sopravviverà comunque nel duello tra arte e tempo, alzerà un occhio sul bordo dell'ombra tra le nuvole come amnesia: un anno più giovane.
Stò mentendo sotto il santuario della dispnea, la luna attraversa il cielo come la rugiada di un'altra alba dimenticata dalla notte come un regno di frammenti di storia.
L'aria è quieta nei suoi vapori cupi, lascia il mondo in collisione tracciando rotte di inevitabilità come forme di tempo già scaduto.
Io sono una cerniera che mantiene stretto il piacere, la mia bocca è la tomba e lì; dove sono sepolte le mie emozioni e il mistero.
Parlo solo ai bordi del balcone; invento oblii , ingoio sensazioni a tempo indeterminato.
Credo di essere in un vortice di fumo, giro e vagabondo su assi di abitudine, sbircio vite attraverso le finestre incredulo come se fossero enciclopedie dell'aldilà.
Io sono un romantico.
Vedo stelle riflesse all'interno dei vetri spessi, il mio vino è di un annata senza fine. Una logica lenta mi porta alla fine verso il basso brillante del cielo, un chilo di viola disegna la mia lingua, lo spessore di un sogno va giù per la gola: leccamelo, succhiamelo, prendilo tutto.
Comincio a sentirmi l'eroina nelle vene vedo lastre di finzione che si sgretolano alla palese illusione di tutto.
Ora spingo questa terra in un labirinto, la canzone un povero anacoreta, pensando le grandi misure del futuro con i passi di una formica.
La luce è fioca e il vento è nero, le labbra trovano la spirale
di un sussurro, le tue gambe si spalancano: chiedono me.
Lo straniero errante piange galassie, per nascondere la terra dietro la cattedrale di ogni suono, trova un neutro colore come luce sulle palme; emergo e intravedo l'impatto: ascendo come fumo sessuale sulla nozione impeccabile del vuoto.
Salto in un alone di piume, siedo tra due fuochi nudi, né assumo l'illusione primitiva come un universo nella sua totalità né trattengo l'armonia vacua come idea.
Ascolto l'eco dell'inizio, gli ubriaconi nel fiume del tempo, viaggio nelle rughe antiche dell'essere, avvizzisco come goccia di quiete; un orecchio raggomitolato, una finestra, un veicolo, un cieco paesaggio sporco; come fosse vita.
Gli uccelli provano a beccare, la mia cecità mi ha ucciso, sento la cacofonia di impossibili consigli; rumori che accetto come ombra del suono.
Ecco il mio orecchio universale nascosto in penombra;
dentro la sorgente del mio silenzio.
Vivo nei miei angoli temperati e sconosciuti, nelle spietate esalazioni umane. Le vite vuote e contano a gocce il passato. stormi di parole sulla pelle secca si riuniranno in rotte senza tempo come ombre di plastica minuscole.
Il big bang dell'umana ragione, l'inizio di un atavica disperazione, concetti 48 bit e 500 Mega al secondo; filosofie come circuiti in rame templi come dialettica della polvere.
Le lacune del suono sono in ogni parola al mondo, stringono lacerano e lasciano l'odore; blurp: catrame della trascendenza del Dio pastore.
In questa assenza di forma, impero nella permanenza come profonda delusione, attraverso le infinite pagine delle mie percezioni.
Mi intendo di miserie e sconfitte anestetizzate, scrivo di categorie umane, la dispnea di vite parossistiche, lascio traccie ai posteri serpeggio attraverso la verità somigliando a una metafora.
Oggi ho deciso di graffiare il cielo, trasformerò le foglie in nubi depositerò cristalli di voci silenziose come echo interni a tazze colme di galassie; accenderò fuoco alla catastrofe dei cielo: ballerò intorno alla mia vita come nebulosa feroce.
Imparerò la lingua della sopravvivenza: uccidere.
Sono mistero, ho enormi occhi neri; attratto da un fumo mistico emano energia elettrica nelle roccie. Sono il mantra della bestia.
Amo essere schiacciato; maledetto dalle fiamme della miseria.
Sono la possibilità invisibile cesso di morire e nascendo viaggio nei veicoli del pensiero.
Cammino sulle braci ardenti dell'intuizione, annego nei fiumi per riemergere come un principiante dell'assoluto.
Sono venuto e ho visto il mistero, sono morto per vedere la verità, scrivo linguaggi eterni con occhi sacri.
Lego fili di incenso intorno alla mia anima inquieta.
Eccomi.
Riposo la testa sui cuscini del giudizio, imbratto le mie percezioni dei sensi; il mio sonno veglia è il battito del tempo. Grigio nuvola è la mia casa eterna, un illusione veloce, una stella minuscola calorosamente avvolta nel vuoto totale.
E' una strana visione tutta interna, passo i sentimenti sul marmo all'interno di ogni mia verità nascosta, costruisco i vuoti dell'assenza.
Le colonne per una nuova cattedrale sono pronte, quale sede per cantare la mia memoria. Un giorno spero, ricorderanno l'artigiano matto che dipinse il paesaggio della sua anima con l'aurora di un folle sogno.
Questa poesia è già una reliquia, una voce nelle scuole di colui che fù, un incontro atipico della fatiscenza della lingua umana.
Sopravviverà comunque nel duello tra arte e tempo, alzerà un occhio sul bordo dell'ombra tra le nuvole come amnesia: un anno più giovane.
Stò mentendo sotto il santuario della dispnea, la luna attraversa il cielo come la rugiada di un'altra alba dimenticata dalla notte come un regno di frammenti di storia.
L'aria è quieta nei suoi vapori cupi, lascia il mondo in collisione tracciando rotte di inevitabilità come forme di tempo già scaduto.
Io sono una cerniera che mantiene stretto il piacere, la mia bocca è la tomba e lì; dove sono sepolte le mie emozioni e il mistero.
Parlo solo ai bordi del balcone; invento oblii , ingoio sensazioni a tempo indeterminato.
Credo di essere in un vortice di fumo, giro e vagabondo su assi di abitudine, sbircio vite attraverso le finestre incredulo come se fossero enciclopedie dell'aldilà.
Io sono un romantico.
Vedo stelle riflesse all'interno dei vetri spessi, il mio vino è di un annata senza fine. Una logica lenta mi porta alla fine verso il basso brillante del cielo, un chilo di viola disegna la mia lingua, lo spessore di un sogno va giù per la gola: leccamelo, succhiamelo, prendilo tutto.
Comincio a sentirmi l'eroina nelle vene vedo lastre di finzione che si sgretolano alla palese illusione di tutto.
Ora spingo questa terra in un labirinto, la canzone un povero anacoreta, pensando le grandi misure del futuro con i passi di una formica.
La luce è fioca e il vento è nero, le labbra trovano la spirale
di un sussurro, le tue gambe si spalancano: chiedono me.
Lo straniero errante piange galassie, per nascondere la terra dietro la cattedrale di ogni suono, trova un neutro colore come luce sulle palme; emergo e intravedo l'impatto: ascendo come fumo sessuale sulla nozione impeccabile del vuoto.
Salto in un alone di piume, siedo tra due fuochi nudi, né assumo l'illusione primitiva come un universo nella sua totalità né trattengo l'armonia vacua come idea.
Ascolto l'eco dell'inizio, gli ubriaconi nel fiume del tempo, viaggio nelle rughe antiche dell'essere, avvizzisco come goccia di quiete; un orecchio raggomitolato, una finestra, un veicolo, un cieco paesaggio sporco; come fosse vita.
Gli uccelli provano a beccare, la mia cecità mi ha ucciso, sento la cacofonia di impossibili consigli; rumori che accetto come ombra del suono.
Ecco il mio orecchio universale nascosto in penombra;
dentro la sorgente del mio silenzio.
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