tu non hai più memoria di me, sei donna e hai un ippocampo ; certo che comprendo lo sviluppo percettivo : ma io come uomo ho un encefalo più esteso per difenderti dagli attacchi della vita. Ok; grida pure ad alta voce, urlare è arte per una donna, avere parole con enormi braccia; ma non legarmi alla tua totalità, non sono l'unico ad avere paura, sento i brividi di un ramoscello ombreggiato dall'inesattezza delle nuvole.
Eppure riposo nel tuo dominio, eri radiosa come una candela, il principio del silenzio di una spina; un tuono sull'innocenza del buio: che sensazione guardare sotto i vertici sanno poco delle nostre ferite. Noi le abbiamo utilizzate come veicoli, per i viaggi che hanno preso posto dietro alle emozioni, alla passione, alla follia; come fossero il linguaggio di un nuovo ordine.
Qui nel mio viso ora sento la gravità, la luce e le tenebre hanno trovato due occhi sfatti come una spazzola; la memoria è divenuta solo un ritratto dei nostri movimenti: fumo alla finestra come un uccello muto. Abbiamo scoperto le rocce e le colonne di gas; che l'anima è soltanto un sussurro impercettibile che ha imparato a tornare senza nome ad ogni vento e ogni onda.
La ragione ha sputato l'astrazione, gli elementi della logica hanno inghiottito il mondo; come solo la superficie di un infinito può fare. Ora ci si aggrappa al miracolo come fanno i petali di orchidea per fare per il loro profumo; o al giudizio: che goccia come una pietra. Apri la bocca, l'occhio e il tuo bouquet di dita nella follia che muove i mondi come aure intorno alla luce di stelle che non esistono più.
La costruzione di un minuto è come una fontana che inventa una nuova parola che finalmente possa deflorarti all'infinito.
Ho un viso ed è un seme nella manifestazione di questa musica afona ma così profonda.
Ma anche "tu" entri nell'orbita e parli di amore: quasi fosse tutto


Enrico Marra


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