La clorofilla delle umane idee malate sporca tutto di vomito e argilla come la bava dell'età e della vita su una piattaforma di merda combustibile.
Sono uno sguardo oltre la finestra "Io"e il mio amico "Me" del cazzo.
Lui è labile e sanguina da tutti gli orifizi. Di se ha la percezione di un topo triste, ha riso e seguiva i fantasmi nei labirinti; la realtà traballava inventandosi metamorfosi strane da sé.
Sei del mattino; sono in un luogo cupo come un automa colmo di passione, le mie parole sono nude e intossicate; proiettili liberi a caccia di menzogne. Ma la mia follia comincia all'alba, bella, ineluttabile come sole e orizzonte agli occhi di un cieco. Pittura le mie costole, mi faccio la treccia se vuoi; le finestre sono campi mentali sterminati: la mia pelle è ovunque come la stratosfera e il cazzo dell'ozono. Canto canzoni alcoliche, 28 gradi di dolore; ho la bocca piena: Il verbo è scomparire.
"Sono gonfio come un senso di colpa", piscio in bagno, alzo la gonna lo prendo in mano; è caldo ed espleta purezza.
Sono arte e movimento, riesco ad affogare nel mio respiro.
Solitari; i flussi di me muoiono come carne sul banco al cospetto del macellaio. Morire come un agnellino non era previsto.
Non mi lamento comunque.
Vorrei battere la testa sugli spigoli dei muri, la maledizione di avere occhi che non merito Loro deambulano come ciechi vedenti, esplodono in bianco e nero, affogano nel loro vuoto infinito; zero spessore e privi di pensiero.
Ora sono intrisi di paura e si richiamano alla fede; io no!
Ergo soffro ergo piango ergo un cazzo!
Siete avvizziti come rami secchi, galleggiate vuoti e privi di memoria. Vedete sporco e nascondete i silenzi credendo di spiegare le stelle con i sogni, spegnete il fuoco con le fiamme e poi pregate.
Propinano il negativo come onda di frequenza, amano il nulla come grandezza della vita. Poveri umani.
Cercano se stessi tra i poveri e i deboli; ma li allontanano con le stesse tasche vuote. Si rifugiano nelle chiese. Appollaiati nelle biblioteche occultano teorie e brandiscono ricchezze terrene professando agli altri che i beni terreni sono peccato. Sono epistolari pozze di illusione, niente gli appartiene in terra e in cielo; prevedono risultati e preghiere esasperanti. Guardano sempre lontano dalla loro finestra, gli uccelli sono sempre troppi o mai abbastanza. Utilizzano fango come vernice, descrivono e definiscono gli errori come fiumi di pensiero; mangiano anime masticandone il loro dolore come se fosse pane morbido. Un vuoto pieno di invisibilità chiuso nella folle ironia di un istante. Il sangue degli avvoltoi senzienti che tagliano di netto il mondo; lo squarciano e lo dividono 50 e 50: bene e male, inferno e paradiso.
Tutto è rosso e senza parole come la mela del peccato: sulla tavola ben apparecchiata ridono della loro eterna idiozia.


Enrico Marra





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