Che genio l'uomo
Dopo un pò di tempo, il dolore diventa un fantasma e i fantasmi diventano polvere sotto mentite voglie; aver tenuto per anni la voglia di gridare nella gola: la mia voce si è depressa. La mia voce roca è fonte di inappetenza per le orecchie; ha ingoiato i sogni senza esprimere le parole semplici che cadevano dalla mente saltando da un dente all'altro nella bocca. La mutazione delle parole e i viaggi nei concetti astratti mi portavano lontano via dal corpo: per rinascere come idea nella mente di un altro. Una nuova grande idea, quasi universale come un vasto campo aperto, senza limiti o restrizioni di alcun tipo.
Le cose che esistono, gli alberi, le case, le persone, le nuvole, gli edifici, gli aerei, il fumo, la sabbia; erano cose che esistevano solo nella mia mente come figure mitologiche. I numeri camminavano distratti nel caos, le formule chimiche affogavano nelle loro ampolle, i ricordi ridevano ubriachi delle speranze e i sogni.
Ero all'interno dello spazio e della mia idea universale delle cose; ogni cosa accanto ad un'altra cosa le simili con le dissimili; ogni cosa concreta era seduta e discuteva con la trascendenza sulla moltitudine dei vini. L'astratto, vestito di assoluto guidava nel nulla trovando strade così comprensibili mentre rollava una sigaretta e parlava.
Un gatto si faceva i rasta pronto per la notte miagolante spruzzando tra un emozione e un'altra. Un albero pregava sulla sua stessa ombra per non diventare telaio oppure porta. Tutto appariva come caos logico alla fine dell'infinito; i leoni erano grassi e lupi ululavano alla luna distratta: tutto e tutti erano in fila disordinatamente per la fine dell'ordine.
L'ordine e il caos si comportavano come due vecchi sposi o specchi che riflettevano se stessi producendo un abisso infinito di riflessi. Dopo 15 ore di Mescalina ero in grado di accogliere tutto nella mia testa come un guanto.
Il mondo era piccolo paragonato alle mie grandi idee.
Scrivevo poesie al contrario, davo senso al nonsenso; non vedevo il mondo: lo stavo studiando. Attraverso le mie percezioni rilevavo le simmetrie e i paradossi.
Naturalmente il poeta era un oggetto che allungava le gambe e le poggiava sul tavolino, studiava i suoi occhi che bruciano come pane. Aprire la porta era come entrare in un altro universo, ascoltare il cigolio; era una sinfonia, pochi secondi prima di abbracciare il nirvana.
Il mondo e il caos che regnavano nell'ordine erano dentro di me, ero un cespuglio con abito verde e un nuovo volto rugoso. L'autobus mentale mi trasportava in destinazioni mai banali. Girare con un cucchiaio in mano e le siringhe nel taschino era come leggere il giornale con gli occhiali mentre ti lavi i denti. Vedevo l'umanità con lo stato d'animo che hai dopo aver letto un necrologio. Ero seduto alla destra delle mie idee e non ero mai stancho di analizzare. Si trattava naturalmente di percezioni, molti facevano finta che la libertà era chiusa nelle quattro mura della loro casa. Io decisi di aprire la porta al caldo e al freddo. Lui o lei mi facevano i cerchi con la lingua per baciarmi, il freddo mi creava geografie sulla pelle mentre il caldo bivaccava bevendo birra fredda. Il poeta come ho detto, era un oggetto inosservato tra tante cose inutili sotto il cielo della vita. Il nuovo filosofo era tale solo nella sua immaginazione, visualizzava la vita come un grande libro che lui stesso apriva sputando e sentenziando sui nuovi capitoli arbitrari per la scoperta del sé e del cazzo sull'isola che non c'è. Si trattava di cose serie per il pensatore, essendo oramai un oggetto stanco e vulnerabile, chiudeva gli occhi per sognare le stesse cose che pensava durante il giorno. Il paradosso mi entrò nelle vene quando uno psicologo blaterava di cognitività; stava facendo troppi gesti e non riuscivo a mettere a fuoco o forse avrei voluto dargli fuoco ma ero troppo elevato.
I colori parlavano; il porpora dava lezioni di storia con la cenere e il rossetto che sorridevano, il viola sbadigliava mentre si faceva una canna per cercare profondità e profumo di oblio: tutto divenne confuso in un attimo. Entrarono poliziotti con i gioielli a forma di pistola e le dita parlavano di pianoforte mentre suonavano le manette.
Ero alla destra di Dio e ora alla mia destra ho un coglione che grida: non ho fatto nulla sono innocente. Io tra 6 giorni esco; spero di ritrovare la mia Mescalina. Che genio l'uomo!


Enrico Marra


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