Ho iniziato piano piano a piegarmi come un ramoscello, un imbecille che si piega ad ogni folata di vento; come se una parete di vetro si fosse rotta in miliardi di piccole schegge cadendo sul marciapiede: ed io li debba contare per riattaccarli in un nuovo ricordo.
Chiedo scusa per la pallida luce che mi avvolge come un profumo ingombrante, per la voglia di fondermi in una canzone nell'ombra o in un singolo granello di polvere che atterra catastroficamente su di voi, formando stampi di ferro e calchi di gesso.
Voglio guardare la mia pelle come un santo, lasciare un anima nuda e non lavata in posizione eretta come una vecchia odalisca o puttana pagana. Non mostrare più nessuna misericordia, solo calci per uscire fuori da questo dramma umano, lasciarlo correre a piedi nudi per tornare alla sua origine incomprensibile.
Ho pensato come uno psicopatico in silenzio, sono stato così idiota; incline a credere che il mondo fosse un posto gigantesco, un uccello con enormi ali e piume caleidoscopiche: ma ora mi sento a casa.
La sofferenza è come un set del sole dietro il magnifico panorama della conoscenza e anche se rinasco ogni giorno: di notte sogno di essere un eco sottile della mia stessa attività sinaptico-cerebrale.
Ho solo bisogno di chiudere questi occhi e lasciare incustodita la terra. In poco tempo finirò di imballare le mie parole, l'universo l'ho chiuso nel mio zaino. Ho dimenticato di pensare dove andare, mi sento come un lampadario opulento che sovrastava la mia testa illuminandomi con le sue mille braccia in tutte le distanze di questo palazzo che abbaglia questa sinuosa terra.
Sapendo che ogni percorso finisce nel baratro ho pensato; prima che divento polvere: vorrei essere fango.
Vorrei sorseggiare vino con pensieri irrilevanti come quelli di un poeta, avere il pene di argilla, labbra accoglienti; come un dio che canta.
Guardo con grande apertura mentale la lunghezza e la complessità dei paesi, cerco l'argento come la febbre di una montagna e quando tornerò a casa leggerò libri che galoppano su ombre ardenti; per un minuto di conoscenza. Un giorno di vita, per attraversare il vento in un luogo dove la storia è costruita come un equazione matematica per le nuove nascite. Io esisto come quarzo all'interno dello stomaco del sole.
Ma molti di voi che nasceranno, potranno gustare le linee, i bordi lucenti, i flussi di luce che riflettono sulla lingua dell'idiota umanità, il cui sospiro sarà sentire perché la bocca è così satura del suo esausto cammino. Voi che ancora capite la bellezza di una luna erotica sulle acque grigie, un corpo caldo come un concetto del sonno. Voi che presto graffierete l'aria con dita selvagge. Ma non saprete perché.
Posso solo lasciare una bella dose di ambiguità, una nuova mappa per l'inizio e un abisso per la fine.
Sarete chiusi in un paio di occhi che schizzano nelle loro stesse orbite tra la folla, trascorrerete ore nei dubbi e nella soggezione.
Se potessi, cucirei un cappotto per le nuvole, un meraviglioso capo da indossare per la festa della percezione; dietro lo specchio scuro dell'ultimo sonno fatale. Se potessi, afferrerei il ronzio delle auto: potrei accenderle e riportarvi all'innocenza del primo tuono dell'universo. Questa vita è un ape del cazzo, pronta per succhiare il miele dei sensi; a svuotare le tazze colme dei sognatori di turno con i massi negli occhi per atterrare lontana nei campi della solitudine vestita da beatitudine.
Quando lo stomaco dell'intelletto si sveglierà senza appetito: l'intero villaggio dei nostri pensieri sarà bruciato e donato all'ennesimo Dio di turno. Adducere inconveniens non est solvere argumentum.


Enrico Marra


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