Non parlate,
non parlate di secoli morti,
di infelicità suicida putrescenze e vanità;
d'illusione e imprese disperate: non parlate.
Non parlate
di giorni passati, di dolore angosce e malattie,
di dispiaceri e gioie, nelle rare e fugaci introiezioni;
del sole che avreste potuto prendere: e del sorriso.
Non parlate,
non urlate e non ridete nei vicoli la notte ubriachi,
è un ascensore di tortura, la storia dei morti in vita;
dei miei amici di letto "monotonia" e "malinconia":
della tirannia del tempo che vivete ma non passa.
Non parlate
della torsione degli alberi e gli autunni persi a respirare,
di questo nulla che esiste; perché il tempo si è fermato.
Non parlate,
dei periodi che passano, ere cicli e obelischi fragili,
di secoli morti e questo schifo di deserto umano;
dell'agorafobia o la rugiada vomitata a gocce dal mattino:
o la paura che ti paralizza e le paralisi cognitive.
Non parlate,
della manifestazione infinita di secoli in declino,
di chi canta al crepuscolo per dimenticare;
dei nati morti, dei mai nati, degli inetti e degli idioti:
di quell'angolo d'infanzia e i pavimenti sporchi.
Non parlate,
delle mani grasse e rugose o del declino,
di tutte le strade e la fine della storia;
Non parlate,
non vendete la mia ubriachezza
come prefazione alla fine e la saggezza;
questa vita non è una poesia dal fine mistico:
queste parole sono metafore per la respirazione.
Io uso la mia tristezza, e come un dizionario
codifico e decifro linguaggi metafisici e
metà-fisici per la vostra inutile civiltà moderna.
Non parlate,
davvero, non voglio annoiarvi con la mia biografia,
quando avrete finito di leggere questa stupida poesia;
non parlate.
Fate di essa combustione e fuoco,
prendetene la fiamma e scaldatevi l'anima,
solo un attimo; e poi lasciatela bruciare:
come carta nel braciere e non parlate.



Enrico Marra


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