Da qualche parte là fuori si può trovare un orizzonte.
Ma io non parlo di bordi inventando balconi all'oblio.
Credo che tutto sia un vortice di fumo che gira su l'asse dell'abitudine.
A volte mi piace sbirciare attraverso le finestre, come se fossero enciclopedie dell'al dì là.
Io sono un animale romantico.
Vedo una sola stella riflessa all'interno del vetro spesso della bottiglia del mio vino. Una logica lenta alla fine logora tutta la bellezza del cielo, altre notti vivo in una coltre senza stelle.
Ma oggi un chilo di viola colpisce la mia lingua.
Lo spessore di un sogno scende giù per la gola.
Comincio a sentire un clima caldo nelle vene.
Come fosse una lastra di finzione che si sgretola ad ogni mia illusione.
"io" non è umano. La coscienza è un momento di silenzio assoluto prima di starnutire. Siamo il vuoto che non viene mai ascoltato, noi siamo il sottofondo di un torrente che non potrà mai salire in superficie, siamo movimento senza nome. L'irrealtà di questo non è una punizione, è una promessa che nulla e dico nulla ci può condannare alla miseria di questa eterna idiozia.
Ogni dolore è una spina, ogni gioia è un petalo: ma non esiste rosa per possa rendere immortale nulla, Io del nulla sò tutto anche se la vita è un sogno che non si arrenderà mai alla nebbia della sua illusione.
Siamo particelle che ballano nella nebbia, lampeggiamo alla luce del tempo, sparendo come il nulla nel buio di un sonno sconfinato.
Ma queste lacrime a volte sono fili elettrici, circuiti che ti colpiscono come un quadro meccanico difettoso. Sento questo dolore come una forma verbale che allatta i desideri all'ombra di una schiuma vocale col suo linguaggio suicida.
Questa "semantica" è così umana da fare schifo. Sono l'apologia dell'ultimo battito, la frenesia concettuale di un esperienza zoologica pleonastica come un cimitero; una sorta di recrudescenza notturna per i fautori della luce e della bellezza.
Non contate su di me, tutto per me è prigione ed è maledetta mente maledetta la mia mente.
Credo che l'unica elevazione per la civiltà sia nell'annientamento dell'idiozia umana.
Allora come un Aquila viaggerò tra le speranze e i sogni infranti, tra alture seppellite e immobili sotto macigni giganti.
Vedrò passioni inerti nel terrore dei tanti, scenderò in picchiata puntando il mio becco contro gli idioti, i falsi, i funambuli e i poeti: sputando le loro verità sotto l'ombra dei loro abeti.
Desidero per me, il precipizio più alto che ci sia; perchè quando deciderò di buttarmi io saprò volare! Perchè le mie ali sono sporche di terra di vita e di sangue.
Mentre voi come vulcani erutterete la vostra energia in modo che nessuno oserà mai più tentare di spazzarvi via o forse trasformarvi in uno stock di burattini o giocattoli inermi, abbandonati li a marcire e perciò a prevenire i vermi:non rimanete fermi.
Credo che la vita sia un poeta che sussurra ai sordi; solo pochi sanno ascoltare: ma non nè afferrano il senso.
Siamo come strani animali raccapriccianti che minacciano la nostra sopravvivenza sfidando la sanità mentale.
Qui non troviamo un mondo ordinario.
Siamo oltre l'immaginazione delle fantasie più sfrenate della narrativa. La corruzione delle forme è il nostro inferno latitante.
Non siamo le mille grida di disperazione provenienti dall'Inferno di Dante. Siamo un pungiglione col veleno più mortale di qualsiasi creatura terrena. Una destinazione imprevista.
Siamo sicuri di essere in grado di poter rispondere a quella domanda, apice di tutte le ricerce umane.
Non spaventatevi; non sviate dalle correnti dell'incertezza, dal vuoto delle costellazioni attraverso le vostre nostre notti vuote.
Noi siamo ciò che resta di una spiritualità defunta.
Viviamo in un vuoto che ci permette di galleggiare o affondare incessantemente.
Pregate voi, non avete rinunciato a tutto per niente?
Quel terrore è solo una religione di meno.
Nella morte a volte; inciampiamo nella liberazione, aberriamo ogni speranze votandola inconsciamente agli orrori di questa esistenza.
La morte e la speranza appaiono con la stessa maschera, sono l'interruzione della nostra gioia. l'usurpatore della felicità, il divoratore delle esistenze insignificanti.
La morte è equa e spazzerà tutti noi con la stessa forza. E' tardi per essere saggi, e in ogni caso non servirebbe a nulla, lo stesso abisso ci inghiottirà tutti, saggi, idioti e allo stesso modo, sani e pazzi: siamo fottuti.
Esistenzialisti, ermeneuti, fautori del pensiero, gnomi mentali, decretate, la vostra esistenza ma è solo ciò che potete ancora scrivere.
Razionalisti, psichiatri e psicologi detentori dell'io, fenomeni della parola, della semantica e della logica, studiate e capirete che non c'è nulla da studiare.
Tutto il sapere è nel sapere di non sapere; il resto è bla bla bla.
Ecco perché amo più le anatre che voi; così mediocri e umani.
Non esiste un problema sociale o l'espressione di un margine, esiste la vita che sputa sulle vostre povere illusioni, lo specchio rotto di un sistema indotto e prodotto; una spada nella vena, ma non esiste eroina che possa spezzare le catene.
Siamo l'ultima luce è la più veloce, superiamo il suono. Per questo sembriamo brillanti fino a quando non scriviamo o parliamo.
Il mondo è un coltello tra due linee parallele, riunisce l'orizzonte per pugnalarci al cuore, poi striscia frettoloso e canticchia al cosmo come un Beethoven confuso e il suo pezzo migliore: "vivere e morire all'istante".
E' una grande energia, un collettore a spirale intorno a questo multi verso senza anima e senso.
Tanto più vi proteggete tanto più siete prigionieri.
Siamo l'ultima frontiera artificiale nella quale si nasconde l'umana idiozia.
Siamo una folla; ci guardiamo negli occhi tutti trovati nel fondo di una valle lussureggiante.
La maggior parte concentrano gli occhi a terra, in modo che ogni passo sia sicuro, ragionevole (e redditizio!).
Ma tra questa maggioranza di benpensanti ci sono alcuni visionari che si concentrano non più solo sulla piattezza del terreno.
Questi pochi stanno studiando gli alberi intorno, guardando le stelle, descrivono colori di insetti, il monitoraggio del movimento del vento, e le osservazioni si che svolgono sono infinitamente ignorate dalla massa dei sonnambuli robotici.
Forse questa è l'importanza del "filosofo" nell'esistenza umana, l'artista del potenzialmente umano, il musicista della fantasia umana, il genio dell'esplorazione umana.
I poeti danno profondità alla vita umana, essi rendono alla realtà una dimensione più ampia.
Che peccato! Miliardi di esseri umani a camminano su e giù per le strade e come poveri pazzi, mezzi mangiati dalle pere indotte, dalle illusioni e l'agonia, mentre un battaglione di batteri sta lentamente divorando le loro interiora.
Li ho guardati come se fossi un uccello che era stato colpito e non c'è altro da fare che aspettare la loro morte; è inevitabile.
L'offerta è polpa bianca di granchio, dolce tentazione ma nessuno avrà mai un altro morso, la sua seduzione è mutilata dalla disattenzione di ... chi?
Di tutti NOI!
Per quanto mi riguarda la sensazione di sapere è sbiadita, ha congelato il cemento per il nostro ultimo viaggio.
Destituisco l'idiozia con un proiettile alla nascita; ci sono troppe note negli occhi e in una faccia con la melodia mestrua dell'insensatezza.
Il terrore dei filosofi è deteriorato, si sono rivolti alla poesia, alla rappresentazione del dolore palese come pelle di coccodrillo.
Un attività di indagine insipida infinita che crea parole e parole come montagne.
Io mi adagio e riposo sulla luna, il mio intelletto e i suoi versanti, sanno sostenere morte e terrore.
Mi ripeto e piango creando fontane e zampilli di vetro tagliente; "parlando sottovoce alla mia assenza": soppianto tutti i significati per estinguere ogni consolazione
Rappresento il non avere avendo, con un occhio all'immediato e uno all'infinito.
Ora; anche se il mio volto è scarno emaciato, privo di suoni e animazioni. La clorofilla delle idee malate sporca tutto di vomito e argilla come la bava dell'età della vita su una piattaforma di sterco combustibile.
Trasformare l'ego in "segreto" o un "corpo in un segreto."
Ora, sono pieno di birra, ho l'odore acre di un allucinato; i concetti astratti di uomo malato. Sono uno sguardo oltre la finestra "Io"e il mio amico "Me".
Lui è labile e sanguina da tutti gli orifizi.
Di se ha la percezione di un topo triste, ha riso e seguiva i fantasmi nei labirinti; la realtà traballava inventandosi metamorfosi strane da sé e su di sè.
Sei del mattino; sono in un luogo cupo come un automa colmo di passione, le mie parole sono nude e intossicate; proiettili liberi a caccia di menzogne.
Ma la mia follia comincia all'alba, bella, ineluttabile come sole e orizzonte agli occhi di un cieco.
Pittura le mie costole, mi faccio la treccia se vuoi; le finestre sono campi mentali sterminati: la mia pelle è ovunque come la stratosfera e l'ozono.
Canto canzoni alcoliche, 28 gradi di dolore; ho la bocca piena: Il verbo è scomparire. "Sono gonfio come un senso di colpa",
Sono arte e movimento: riesco a contorcermi e ad affogare nel mio respiro. Solitari; i flussi di me muoiono come carne sul banco al cospetto del macellaio.
Morire come un agnellino non era previsto.
Non mi lamento comunque. Anche se vorrei battere la testa sugli spigoli dei muri; per la maledizione di avere occhi che non merito.
Loro deambulano come ciechi vedenti, esplodono in bianco e nero, affogano nel loro vuoto infinito; zero spessore e privi di pensiero.
Ora sono intrisi di paura e si richiamano alla fede; io no!
Ergo soffro ergo piango ergo sono un pazzo!
E voi; siete avvizziti come rami secchi, galleggiate vuoti e privi di memoria. Vedete sporco e nascondete i silenzi credendo di spiegare le stelle con i sogni. Spegnete il fuoco con le fiamme e poi pregate.
Poveri umani.
Propinano il negativo come onda di frequenza, amano il nulla come grandezza della vita. Cercano se stessi tra i poveri e i deboli; ma li allontanano con le stesse tasche vuote.
Si rifugiano nelle chiese. Appollaiati nelle biblioteche occultano con teorie aporettiche e brandendo ricchezze terrene, professano agli altri che i beni terreni sono peccato.
Sono epistolari pozze di illusione, niente gli appartiene in terra e in cielo; solo preghiere esasperanti.
Guardano sempre lontano dalla loro finestra, gli uccelli sono sempre troppi o mai abbastanza.
Utilizzano fango come vernice, descrivono e definiscono gli errori come fiumi di pensiero; mangiano anime, masticandone il loro dolore come se fosse pane morbido.
Un vuoto pieno di invisibilità chiuso nella folle ironia di un istante.
Il sangue di avvoltoi senzienti che tagliano di netto il mondo.
Lo squarciano e lo dividono 50 e 50: bene e male, inferno e paradiso.
Tutto è rosso e senza parole come la mela del peccato.
Sulla tavola ben apparecchiata ridono della loro eterna idiozia.
Poveri umani.
Siamo solo una dispotica emissione di euforica felicità e dolore, il terremoto emotivo e psicotico vola, balla e risuona nelle nostre sonore risate, nei nostri singhiozzi disperati, battendo la testa come un cieco sulle colonne dietro le tende della nostra percezione.
Ci sono pezzi di noi che abbiamo dimenticato, abbiamo dimenticato le cicatrici annerite, i piedi sulla spiaggia intrisa di liquido seminale.
Verniciamo poesia a pennellate ripetendo versi e prose senza cognizione e causa.
Ora; tutti i viaggi sono finiti, le nostre interazioni neuronali fanno baratti di ricordi tra loro, è pesante vivere controvento, fare lotte emotive, risolvere conflitti interiori, per esistere ancora 24 ore.
Passiamo serate incuranti dei nostri sogni falliti in gioventù.
"Io"; vivo per i miei ghigni dietro una maschera di ferro, questa gioia è fossilizzata sulla mia faccia; ho messo le catene al dolore attendo un destino amaro come il sapore dell'eroina dopo che ti è entrata in vena.
Questa è una libertà ben al di là dell'arte, è un'attività senza ideale che io pretendo di vivere, sapere, assaporare.
Un giorno la mia mano che scrive si trasformerà in roccia, la roccia si trasformerà in sabbia e la sabbia prolasserà nel nulla
Tutto sarà silenzioso senza sguardi o vestigia; solo un passato vacuo.
Questa fretta è stata un gioco d'azzardo, ha ingannato tutto con il desiderio.
Questo è l'assemblaggio accurato del mio oblio.
Saldo i sogni con lo stagno e il piombo e affogo i miei desideri in vasche d'acciaio.
Ho praticato amniocentesi del mio passato così tante volte da non conoscerlo più.
Ho visto questo mondo come la filatura di un'idea, eppure non sono mai diventato Schopenhauer.
Non ho mai visto una buono, cattivo o male, era semplicemente il fascino dell'esistenza che vedevo come mistero, un gioco senza parole che più lo guardavo e più diventava un sogno. Era tutto così vago da diventare vano.
Sono così lontano ora, tutto ha un gusto di whisky o di birra amara in bocca; io lo chiamo il sorso delle possibilità.
Ok; non chalance.
Una volta le parole per me avevano ali significanti.
Ora tutta la storia è nelle mie sensazioni.
Bisognerebbe porre fine a questa notte, cercare la consolazione nella morte, lei; deve essere gentile: ti fà dormire. Non ti fà più sentire.
Bisogna essere lontani da quello che si crede, cercare una dispersione prismatica, vivere e diventare di nuovo transitori: così come siamo.
così lontani da tutto da far invecchiare questo viaggio: e scordare il nostro nome.
Oggi ho deciso di graffiare il cielo, trasformerò le foglie in nubi depositerò cristalli di voci silenziose come eco interni a tazze colme di galassie; accenderò fuoco alla catastrofe dei cielo: ballerò intorno alla mia vita come nebulosa feroce.
Imparerò la lingua della sopravvivenza: uccidere.
Sono mistero, ho enormi occhi neri; attratto da un fumo mistico emano energia elettrica nelle rocce.
Sono il mantra della bestia.
Amo essere schiacciato; maledetto dalle fiamme della miseria.
Sono la possibilità invisibile cesso di morire e nascendo viaggio nei veicoli del pensiero.
Cammino sulle braci ardenti dell'intuizione, annego nei fiumi per riemergere come un principiante dell'assoluto.
Sono venuto e ho visto il mistero, sono morto per vedere la verità, scrivo linguaggi eterni con occhi sacri.
Lego fili di incenso intorno alla mia anima inquieta.
Eccomi.
Riposo la testa sui cuscini del giudizio, imbratto le mie percezioni dei sensi; il mio sonno veglia è il battito del tempo. Grigio nuvola è la mia casa eterna, un illusione veloce, una stella minuscola calorosamente avvolta nel vuoto totale.
E' una strana visione tutta interna, passo i sentimenti sul marmo all'interno di ogni mia verità nascosta, costruisco i vuoti dell'assenza.
Le colonne per una nuova cattedrale sono pronte, quale sede per cantare la mia memoria. Un giorno spero, ricorderanno l'artigiano matto che dipinse il paesaggio della sua anima con l'aurora di un folle sogno.
Questa poesia è già una reliquia, una voce nelle scuole di colui che fù, un incontro atipico della fatiscenza della lingua umana.
Sopravviverà comunque nel duello tra arte e tempo, alzerà un occhio sul bordo dell'ombra tra le nuvole come amnesia: un anno più giovane.
Stò mentendo sotto il santuario della dispnea, la luna attraversa il cielo come la rugiada di un'altra alba dimenticata dalla notte come un regno di frammenti di storia.
L'aria è quieta nei suoi vapori cupi, lascia il mondo in collisione tracciando rotte di inevitabilità come forme di tempo già scaduto.
Io sono una cerniera che mantiene stretto il piacere, la mia bocca è la tomba e lì; dove sono sepolte le mie emozioni e il mistero.
Parlo solo ai bordi del balcone; invento oblii , ingoio sensazioni a tempo indeterminato.
Credo di essere in un vortice di fumo, giro e vagabondo su assi di abitudine, sbircio vite attraverso le finestre incredulo come se fossero enciclopedie dell'aldilà.
Io sono un romantico.
Vedo stelle riflesse all'interno dei vetri spessi, il mio vino è di un annata senza fine. Una logica lenta mi porta alla fine verso il basso brillante del cielo, un chilo di viola disegna la mia lingua, lo spessore di un sogno va giù per la gola: leccamelo, succhiamelo, prendilo tutto.
Comincio a sentirmi l'eroina nelle vene vedo lastre di finzione che si sgretolano alla palese illusione di tutto.
Ora spingo questa terra in un labirinto, la canzone un povero anacoreta, pensando le grandi misure del futuro con i passi di una formica.
La luce è fioca e il vento è nero, le labbra trovano la spirale di un sussurro, le tue gambe si spalancano: chiedono me.
Lo straniero errante piange galassie, per nascondere la terra dietro la cattedrale di ogni suono, trova un neutro colore come luce sulle palme; emergo e intravedo l'impatto: ascendo come fumo sessuale sulla nozione impeccabile del vuoto.
Salto in un alone di piume, siedo tra due fuochi nudi, né assumo l'illusione primitiva come un universo nella sua totalità né trattengo l'armonia vacua come idea.
Ascolto l'eco dell'inizio, gli ubriaconi nel fiume del tempo, viaggio nelle rughe antiche dell'essere, avvizzisco come goccia di quiete; un orecchio raggomitolato, una finestra, un veicolo, un cieco paesaggio sporco; come fosse vita.
Gli uccelli provano a beccare cazzo; , la mia cecità mi ha ucciso: sento la cacofonia di impossibili consigli.
Rumori che accetto come ombra del suono.
Enrico Marra
Ma io non parlo di bordi inventando balconi all'oblio.
Credo che tutto sia un vortice di fumo che gira su l'asse dell'abitudine.
A volte mi piace sbirciare attraverso le finestre, come se fossero enciclopedie dell'al dì là.
Io sono un animale romantico.
Vedo una sola stella riflessa all'interno del vetro spesso della bottiglia del mio vino. Una logica lenta alla fine logora tutta la bellezza del cielo, altre notti vivo in una coltre senza stelle.
Ma oggi un chilo di viola colpisce la mia lingua.
Lo spessore di un sogno scende giù per la gola.
Comincio a sentire un clima caldo nelle vene.
Come fosse una lastra di finzione che si sgretola ad ogni mia illusione.
"io" non è umano. La coscienza è un momento di silenzio assoluto prima di starnutire. Siamo il vuoto che non viene mai ascoltato, noi siamo il sottofondo di un torrente che non potrà mai salire in superficie, siamo movimento senza nome. L'irrealtà di questo non è una punizione, è una promessa che nulla e dico nulla ci può condannare alla miseria di questa eterna idiozia.
Ogni dolore è una spina, ogni gioia è un petalo: ma non esiste rosa per possa rendere immortale nulla, Io del nulla sò tutto anche se la vita è un sogno che non si arrenderà mai alla nebbia della sua illusione.
Siamo particelle che ballano nella nebbia, lampeggiamo alla luce del tempo, sparendo come il nulla nel buio di un sonno sconfinato.
Ma queste lacrime a volte sono fili elettrici, circuiti che ti colpiscono come un quadro meccanico difettoso. Sento questo dolore come una forma verbale che allatta i desideri all'ombra di una schiuma vocale col suo linguaggio suicida.
Questa "semantica" è così umana da fare schifo. Sono l'apologia dell'ultimo battito, la frenesia concettuale di un esperienza zoologica pleonastica come un cimitero; una sorta di recrudescenza notturna per i fautori della luce e della bellezza.
Non contate su di me, tutto per me è prigione ed è maledetta mente maledetta la mia mente.
Credo che l'unica elevazione per la civiltà sia nell'annientamento dell'idiozia umana.
Allora come un Aquila viaggerò tra le speranze e i sogni infranti, tra alture seppellite e immobili sotto macigni giganti.
Vedrò passioni inerti nel terrore dei tanti, scenderò in picchiata puntando il mio becco contro gli idioti, i falsi, i funambuli e i poeti: sputando le loro verità sotto l'ombra dei loro abeti.
Desidero per me, il precipizio più alto che ci sia; perchè quando deciderò di buttarmi io saprò volare! Perchè le mie ali sono sporche di terra di vita e di sangue.
Mentre voi come vulcani erutterete la vostra energia in modo che nessuno oserà mai più tentare di spazzarvi via o forse trasformarvi in uno stock di burattini o giocattoli inermi, abbandonati li a marcire e perciò a prevenire i vermi:non rimanete fermi.
Credo che la vita sia un poeta che sussurra ai sordi; solo pochi sanno ascoltare: ma non nè afferrano il senso.
Siamo come strani animali raccapriccianti che minacciano la nostra sopravvivenza sfidando la sanità mentale.
Qui non troviamo un mondo ordinario.
Siamo oltre l'immaginazione delle fantasie più sfrenate della narrativa. La corruzione delle forme è il nostro inferno latitante.
Non siamo le mille grida di disperazione provenienti dall'Inferno di Dante. Siamo un pungiglione col veleno più mortale di qualsiasi creatura terrena. Una destinazione imprevista.
Siamo sicuri di essere in grado di poter rispondere a quella domanda, apice di tutte le ricerce umane.
Non spaventatevi; non sviate dalle correnti dell'incertezza, dal vuoto delle costellazioni attraverso le vostre nostre notti vuote.
Noi siamo ciò che resta di una spiritualità defunta.
Viviamo in un vuoto che ci permette di galleggiare o affondare incessantemente.
Pregate voi, non avete rinunciato a tutto per niente?
Quel terrore è solo una religione di meno.
Nella morte a volte; inciampiamo nella liberazione, aberriamo ogni speranze votandola inconsciamente agli orrori di questa esistenza.
La morte e la speranza appaiono con la stessa maschera, sono l'interruzione della nostra gioia. l'usurpatore della felicità, il divoratore delle esistenze insignificanti.
La morte è equa e spazzerà tutti noi con la stessa forza. E' tardi per essere saggi, e in ogni caso non servirebbe a nulla, lo stesso abisso ci inghiottirà tutti, saggi, idioti e allo stesso modo, sani e pazzi: siamo fottuti.
Esistenzialisti, ermeneuti, fautori del pensiero, gnomi mentali, decretate, la vostra esistenza ma è solo ciò che potete ancora scrivere.
Razionalisti, psichiatri e psicologi detentori dell'io, fenomeni della parola, della semantica e della logica, studiate e capirete che non c'è nulla da studiare.
Tutto il sapere è nel sapere di non sapere; il resto è bla bla bla.
Ecco perché amo più le anatre che voi; così mediocri e umani.
Non esiste un problema sociale o l'espressione di un margine, esiste la vita che sputa sulle vostre povere illusioni, lo specchio rotto di un sistema indotto e prodotto; una spada nella vena, ma non esiste eroina che possa spezzare le catene.
Siamo l'ultima luce è la più veloce, superiamo il suono. Per questo sembriamo brillanti fino a quando non scriviamo o parliamo.
Il mondo è un coltello tra due linee parallele, riunisce l'orizzonte per pugnalarci al cuore, poi striscia frettoloso e canticchia al cosmo come un Beethoven confuso e il suo pezzo migliore: "vivere e morire all'istante".
E' una grande energia, un collettore a spirale intorno a questo multi verso senza anima e senso.
Tanto più vi proteggete tanto più siete prigionieri.
Siamo l'ultima frontiera artificiale nella quale si nasconde l'umana idiozia.
Siamo una folla; ci guardiamo negli occhi tutti trovati nel fondo di una valle lussureggiante.
La maggior parte concentrano gli occhi a terra, in modo che ogni passo sia sicuro, ragionevole (e redditizio!).
Ma tra questa maggioranza di benpensanti ci sono alcuni visionari che si concentrano non più solo sulla piattezza del terreno.
Questi pochi stanno studiando gli alberi intorno, guardando le stelle, descrivono colori di insetti, il monitoraggio del movimento del vento, e le osservazioni si che svolgono sono infinitamente ignorate dalla massa dei sonnambuli robotici.
Forse questa è l'importanza del "filosofo" nell'esistenza umana, l'artista del potenzialmente umano, il musicista della fantasia umana, il genio dell'esplorazione umana.
I poeti danno profondità alla vita umana, essi rendono alla realtà una dimensione più ampia.
Che peccato! Miliardi di esseri umani a camminano su e giù per le strade e come poveri pazzi, mezzi mangiati dalle pere indotte, dalle illusioni e l'agonia, mentre un battaglione di batteri sta lentamente divorando le loro interiora.
Li ho guardati come se fossi un uccello che era stato colpito e non c'è altro da fare che aspettare la loro morte; è inevitabile.
L'offerta è polpa bianca di granchio, dolce tentazione ma nessuno avrà mai un altro morso, la sua seduzione è mutilata dalla disattenzione di ... chi?
Di tutti NOI!
Per quanto mi riguarda la sensazione di sapere è sbiadita, ha congelato il cemento per il nostro ultimo viaggio.
Destituisco l'idiozia con un proiettile alla nascita; ci sono troppe note negli occhi e in una faccia con la melodia mestrua dell'insensatezza.
Il terrore dei filosofi è deteriorato, si sono rivolti alla poesia, alla rappresentazione del dolore palese come pelle di coccodrillo.
Un attività di indagine insipida infinita che crea parole e parole come montagne.
Io mi adagio e riposo sulla luna, il mio intelletto e i suoi versanti, sanno sostenere morte e terrore.
Mi ripeto e piango creando fontane e zampilli di vetro tagliente; "parlando sottovoce alla mia assenza": soppianto tutti i significati per estinguere ogni consolazione
Rappresento il non avere avendo, con un occhio all'immediato e uno all'infinito.
Ora; anche se il mio volto è scarno emaciato, privo di suoni e animazioni. La clorofilla delle idee malate sporca tutto di vomito e argilla come la bava dell'età della vita su una piattaforma di sterco combustibile.
Trasformare l'ego in "segreto" o un "corpo in un segreto."
Ora, sono pieno di birra, ho l'odore acre di un allucinato; i concetti astratti di uomo malato. Sono uno sguardo oltre la finestra "Io"e il mio amico "Me".
Lui è labile e sanguina da tutti gli orifizi.
Di se ha la percezione di un topo triste, ha riso e seguiva i fantasmi nei labirinti; la realtà traballava inventandosi metamorfosi strane da sé e su di sè.
Sei del mattino; sono in un luogo cupo come un automa colmo di passione, le mie parole sono nude e intossicate; proiettili liberi a caccia di menzogne.
Ma la mia follia comincia all'alba, bella, ineluttabile come sole e orizzonte agli occhi di un cieco.
Pittura le mie costole, mi faccio la treccia se vuoi; le finestre sono campi mentali sterminati: la mia pelle è ovunque come la stratosfera e l'ozono.
Canto canzoni alcoliche, 28 gradi di dolore; ho la bocca piena: Il verbo è scomparire. "Sono gonfio come un senso di colpa",
Sono arte e movimento: riesco a contorcermi e ad affogare nel mio respiro. Solitari; i flussi di me muoiono come carne sul banco al cospetto del macellaio.
Morire come un agnellino non era previsto.
Non mi lamento comunque. Anche se vorrei battere la testa sugli spigoli dei muri; per la maledizione di avere occhi che non merito.
Loro deambulano come ciechi vedenti, esplodono in bianco e nero, affogano nel loro vuoto infinito; zero spessore e privi di pensiero.
Ora sono intrisi di paura e si richiamano alla fede; io no!
Ergo soffro ergo piango ergo sono un pazzo!
E voi; siete avvizziti come rami secchi, galleggiate vuoti e privi di memoria. Vedete sporco e nascondete i silenzi credendo di spiegare le stelle con i sogni. Spegnete il fuoco con le fiamme e poi pregate.
Poveri umani.
Propinano il negativo come onda di frequenza, amano il nulla come grandezza della vita. Cercano se stessi tra i poveri e i deboli; ma li allontanano con le stesse tasche vuote.
Si rifugiano nelle chiese. Appollaiati nelle biblioteche occultano con teorie aporettiche e brandendo ricchezze terrene, professano agli altri che i beni terreni sono peccato.
Sono epistolari pozze di illusione, niente gli appartiene in terra e in cielo; solo preghiere esasperanti.
Guardano sempre lontano dalla loro finestra, gli uccelli sono sempre troppi o mai abbastanza.
Utilizzano fango come vernice, descrivono e definiscono gli errori come fiumi di pensiero; mangiano anime, masticandone il loro dolore come se fosse pane morbido.
Un vuoto pieno di invisibilità chiuso nella folle ironia di un istante.
Il sangue di avvoltoi senzienti che tagliano di netto il mondo.
Lo squarciano e lo dividono 50 e 50: bene e male, inferno e paradiso.
Tutto è rosso e senza parole come la mela del peccato.
Sulla tavola ben apparecchiata ridono della loro eterna idiozia.
Poveri umani.
Siamo solo una dispotica emissione di euforica felicità e dolore, il terremoto emotivo e psicotico vola, balla e risuona nelle nostre sonore risate, nei nostri singhiozzi disperati, battendo la testa come un cieco sulle colonne dietro le tende della nostra percezione.
Ci sono pezzi di noi che abbiamo dimenticato, abbiamo dimenticato le cicatrici annerite, i piedi sulla spiaggia intrisa di liquido seminale.
Verniciamo poesia a pennellate ripetendo versi e prose senza cognizione e causa.
Ora; tutti i viaggi sono finiti, le nostre interazioni neuronali fanno baratti di ricordi tra loro, è pesante vivere controvento, fare lotte emotive, risolvere conflitti interiori, per esistere ancora 24 ore.
Passiamo serate incuranti dei nostri sogni falliti in gioventù.
"Io"; vivo per i miei ghigni dietro una maschera di ferro, questa gioia è fossilizzata sulla mia faccia; ho messo le catene al dolore attendo un destino amaro come il sapore dell'eroina dopo che ti è entrata in vena.
Questa è una libertà ben al di là dell'arte, è un'attività senza ideale che io pretendo di vivere, sapere, assaporare.
Un giorno la mia mano che scrive si trasformerà in roccia, la roccia si trasformerà in sabbia e la sabbia prolasserà nel nulla
Tutto sarà silenzioso senza sguardi o vestigia; solo un passato vacuo.
Questa fretta è stata un gioco d'azzardo, ha ingannato tutto con il desiderio.
Questo è l'assemblaggio accurato del mio oblio.
Saldo i sogni con lo stagno e il piombo e affogo i miei desideri in vasche d'acciaio.
Ho praticato amniocentesi del mio passato così tante volte da non conoscerlo più.
Ho visto questo mondo come la filatura di un'idea, eppure non sono mai diventato Schopenhauer.
Non ho mai visto una buono, cattivo o male, era semplicemente il fascino dell'esistenza che vedevo come mistero, un gioco senza parole che più lo guardavo e più diventava un sogno. Era tutto così vago da diventare vano.
Sono così lontano ora, tutto ha un gusto di whisky o di birra amara in bocca; io lo chiamo il sorso delle possibilità.
Ok; non chalance.
Una volta le parole per me avevano ali significanti.
Ora tutta la storia è nelle mie sensazioni.
Bisognerebbe porre fine a questa notte, cercare la consolazione nella morte, lei; deve essere gentile: ti fà dormire. Non ti fà più sentire.
Bisogna essere lontani da quello che si crede, cercare una dispersione prismatica, vivere e diventare di nuovo transitori: così come siamo.
così lontani da tutto da far invecchiare questo viaggio: e scordare il nostro nome.
Oggi ho deciso di graffiare il cielo, trasformerò le foglie in nubi depositerò cristalli di voci silenziose come eco interni a tazze colme di galassie; accenderò fuoco alla catastrofe dei cielo: ballerò intorno alla mia vita come nebulosa feroce.
Imparerò la lingua della sopravvivenza: uccidere.
Sono mistero, ho enormi occhi neri; attratto da un fumo mistico emano energia elettrica nelle rocce.
Sono il mantra della bestia.
Amo essere schiacciato; maledetto dalle fiamme della miseria.
Sono la possibilità invisibile cesso di morire e nascendo viaggio nei veicoli del pensiero.
Cammino sulle braci ardenti dell'intuizione, annego nei fiumi per riemergere come un principiante dell'assoluto.
Sono venuto e ho visto il mistero, sono morto per vedere la verità, scrivo linguaggi eterni con occhi sacri.
Lego fili di incenso intorno alla mia anima inquieta.
Eccomi.
Riposo la testa sui cuscini del giudizio, imbratto le mie percezioni dei sensi; il mio sonno veglia è il battito del tempo. Grigio nuvola è la mia casa eterna, un illusione veloce, una stella minuscola calorosamente avvolta nel vuoto totale.
E' una strana visione tutta interna, passo i sentimenti sul marmo all'interno di ogni mia verità nascosta, costruisco i vuoti dell'assenza.
Le colonne per una nuova cattedrale sono pronte, quale sede per cantare la mia memoria. Un giorno spero, ricorderanno l'artigiano matto che dipinse il paesaggio della sua anima con l'aurora di un folle sogno.
Questa poesia è già una reliquia, una voce nelle scuole di colui che fù, un incontro atipico della fatiscenza della lingua umana.
Sopravviverà comunque nel duello tra arte e tempo, alzerà un occhio sul bordo dell'ombra tra le nuvole come amnesia: un anno più giovane.
Stò mentendo sotto il santuario della dispnea, la luna attraversa il cielo come la rugiada di un'altra alba dimenticata dalla notte come un regno di frammenti di storia.
L'aria è quieta nei suoi vapori cupi, lascia il mondo in collisione tracciando rotte di inevitabilità come forme di tempo già scaduto.
Io sono una cerniera che mantiene stretto il piacere, la mia bocca è la tomba e lì; dove sono sepolte le mie emozioni e il mistero.
Parlo solo ai bordi del balcone; invento oblii , ingoio sensazioni a tempo indeterminato.
Credo di essere in un vortice di fumo, giro e vagabondo su assi di abitudine, sbircio vite attraverso le finestre incredulo come se fossero enciclopedie dell'aldilà.
Io sono un romantico.
Vedo stelle riflesse all'interno dei vetri spessi, il mio vino è di un annata senza fine. Una logica lenta mi porta alla fine verso il basso brillante del cielo, un chilo di viola disegna la mia lingua, lo spessore di un sogno va giù per la gola: leccamelo, succhiamelo, prendilo tutto.
Comincio a sentirmi l'eroina nelle vene vedo lastre di finzione che si sgretolano alla palese illusione di tutto.
Ora spingo questa terra in un labirinto, la canzone un povero anacoreta, pensando le grandi misure del futuro con i passi di una formica.
La luce è fioca e il vento è nero, le labbra trovano la spirale di un sussurro, le tue gambe si spalancano: chiedono me.
Lo straniero errante piange galassie, per nascondere la terra dietro la cattedrale di ogni suono, trova un neutro colore come luce sulle palme; emergo e intravedo l'impatto: ascendo come fumo sessuale sulla nozione impeccabile del vuoto.
Salto in un alone di piume, siedo tra due fuochi nudi, né assumo l'illusione primitiva come un universo nella sua totalità né trattengo l'armonia vacua come idea.
Ascolto l'eco dell'inizio, gli ubriaconi nel fiume del tempo, viaggio nelle rughe antiche dell'essere, avvizzisco come goccia di quiete; un orecchio raggomitolato, una finestra, un veicolo, un cieco paesaggio sporco; come fosse vita.
Gli uccelli provano a beccare cazzo; , la mia cecità mi ha ucciso: sento la cacofonia di impossibili consigli.
Rumori che accetto come ombra del suono.
Enrico Marra

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