Se il vostro blaterare fosse musica, l'uomo sarebbe una melodia senza parole; un vuoto che la mente non saprebbe riempire.
Alcuni sono addestrati a disprezzare la pratica della pazienza e con essa la bellezza della musica.
Le melodie sono semplicemente frequenze fastidiose dove i pensieri creativi potrebbero disturbare i pochi uomini delle grandi idee; ma prive d'immaginazione. 
Trovare una nota nei ricordi perduti è meraviglia latente, le voci parlano sommessamente ma ripetutamente e sottovoce al subconscio; lo autorizza a sentirsi suono delle corde stesse.
I pensieri viaggiano oltre le trappole generazionali.
Non sentirti schiavo per l'età in cui respiri e vivi, immaginandoti nei tempi e le stagioni che passano ma battono in levare. 
C'è una trascendenza in questo, una rara opportunità per la mente dove il cuore vive in conformità come se non fosse mai solo.
Un pubblico di singoli organi silenziosamente calcolano l'intro e la trasformazione dei dati mentali memorizzati, i contenitori d'arte ignorati; come statue ancora in riga; accomodati per numero e posto: seduti sui sedili rossi per la nona sinfonia.
Una regione di assoluto e momentaneo silenzio, uno spasmo di corrente, colpisce l'aspettativa e si anela respirando per raggiungere le alte vette e soccombere a ogni impulso celeste.
Esplorare i percorsi come vene di dolore, la furia e l'euforica felità chiusa a compimento; vicino l'annientamento della forza pura: lasciata al suo splendore come carro del destino.
Il sipario, è tra gli applausi dei non udenti; chiudendosi annuncia la fine dell'evento. 
Poi, ridere, ridere in stride olimpica; e chiudere tutti insieme gli occhi: per il vuoto dentro.
Siamo nati nomadi e viviamo la vita come clandestini su una terra che non ci appartiene.


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