Vedo umani immutabili come lampadine, cerchiati da tarme con cappelli spettrali, e solo nella nebbia sanno vedere ombre profonde, costruite per sognare e galleggiare in spazi vuoti e abissi senza fine.
Così; vicini al bordo della vostra follia, le umane domande senza risposte, consumano il vuoto amico eterno; un deserto di forme che acuisce: l'incertezza dei contenuti umani.
Vi vedo cadere come ramoscelli imbecilli, umani che si piegano up&down come una sostanza, un litio etereo; sugli specchi che ossevano i marciapiedi. Vedo contare pesare e cucire ogni ricordo, occhi con croste aliene pallidi di luce; profumi ingombranti che mi avvolgono per fondersi sul mio membro. Apparite a me, come granelli di polvere senza cervello, atterrate catastroficamente nella mia vita; per forare o stampare immagini ferrose che tatuano la mia pelle.
Sono un santo e cado con anima nuda in posizione eretta come un odalisca pagana, non mostratemi la vostra misericordia; non scalcio per questo vostro dramma umano: mi lascio correre a piedi nudi per tornare alla mia origine incomprensibile.
Penso di afferrare il silenzio per la gola, sono stato così innocentemente incline a credere che il mondo fosse un gigantesco uccello soffocante con piume effervescenti e sinuioidali; un set del cinema: un sole dietro il panorama della conoscenza. Anche se si rinasce ogni giorno, sognando o illudendosi; gli echi della notte urlano disperati per la sottile finzione.
Voi nascete dal bordo doloroso di quattro labbra, gustate le linee dell'illusione come flussi cadaverici a gocce sulla lingua. Sospirerete nel sentire logica e la ragione, perché la bocca è piena di umane idiozie; il vostro è un esausto cammino verso il nulla col lumino.
A voi che ancora non capite, una luna erotica sulle acque grigie, il corpo caldo di un concetto esplicitato; presto graffierete l'aria con dita selvagge. Non so perché e non sò spiegare nulla oltre l'ambiguità e una bella mappa per l'inizio, trascorro ore nei dubbi in soggezione, se potessi; scriverei una nuova favola meravigliosa: una retro percezione su uno specchio scuro e grossolano come il ronzio di un autoimplosione. Suonerei col violno un inno all'innocenza ritornata, il tuono dell'acqua che scroscia dai rubinetti aperti; dipingerei divertenti albe dopo tenebre e nubi: tazze colme di miele e senso. Ma i massi cadono negli occhi per non vedere, vomitano lontano i pochi sognatori; sotterrano i violenti "non detto"prima della beatitudine.
Ora, la terra stà scomparendo dietro il sole, nessuno sà nulla di essa o degli uomini; tutti pronti a fare congetture con i vostri sogni di animali. Ci si sveglia senza appetito nel villaggio dei pensieri, oramai opachi.
I piedi conservano le nostre unghie, i nasi adornano e fanno feci dal viso, sotto la gola deglutiamo parole inette o scritte con matite schiacciate e mosaici sul pavimento.
I pochi pensierosi contano i giorni, moltiplicano e traducono all'infinito; parole e immagini come verità per giocare al tempo. Ho un posto preferito in un museo, un profumo greco che mi fa aggrappare ancora alla barba di Epicuro. Il marmo è ancora fresco, come fosse il cuscino dei secoli; e anche se Aristotele gira con kresta punk: da qualche parte esiste un filo come pietra umana che aspetto come un ultima briciola per mangiare oltre la lingua del sole.

Commenti
Posta un commento