batto la testa e mi ripeto, piango creando fontane e zampilli di vetro tagliente; parlando sottovoce alla mia assenza: soppianto ogni significato per estinguere ogni consolazione.
Rappresento il non avere avendo, come un occhio all'immediato crudele. Sono equidistante come un Messia, sincopato da frenetici colpi che bussano ignari a me come prodigi della società selvatica. La mia è un irrevocabile lettura nietzscheana, blasfemia ubriaca lapidante, carni voluttuose alla velocità di una vita, tutto è in 3D: prima del disastro.
La disperazione si veste come una pallottola in bianco e nero, gli eserciti sono pronti per sparare ai morti, tutto è sconsolante e triste come una galassia sola, come un pianeta ai margini.
Le abitudini sono efficaci per l'irreversibile noia, libero il caos come un ingiuria, fumo sigarette; mentre rivelo al mondo il cancro: divento grande e sono stanco.
La filosofia è un fuoco selvaggio, una supernovae di esasperazioni, catarro endovenoso intriso dalle nostre buffonate, da antenati confusi, dai nostri paesaggi onirici.
Sono trasparente quasi metafisico, orbito senza pace legato da una catena spessa che pulsa, pompa, mi tiene ancora quì.
Vivo distrattattamente nelle strutture futuristiche, sono in bianco e nero come la pece: mi eclisso per ogni scopo.
Ho un algoritmo come organismo, master-slave, mi rapporto tra assenza e gravità, agisco, non ho ordini superiori; il mio futuro è irrevocabile e appartiene alla gogna come probabile forma di verita e assoluto.
Guardami, giro in bicicletta sotto il vuoto asfissiante e doloroso della consapevolezza: la mia esperienza zoologia.
Come un asceta a volte abbraccio stormi di dettagli mi appoggio al veleno come flusso solidificato, catena spessa è sempre tesa a questo corpo; appeso come un santo: ancora ancorato all'inerzia di una piuma.
Rappresento il non avere avendo, come un occhio all'immediato crudele. Sono equidistante come un Messia, sincopato da frenetici colpi che bussano ignari a me come prodigi della società selvatica. La mia è un irrevocabile lettura nietzscheana, blasfemia ubriaca lapidante, carni voluttuose alla velocità di una vita, tutto è in 3D: prima del disastro.
La disperazione si veste come una pallottola in bianco e nero, gli eserciti sono pronti per sparare ai morti, tutto è sconsolante e triste come una galassia sola, come un pianeta ai margini.
Le abitudini sono efficaci per l'irreversibile noia, libero il caos come un ingiuria, fumo sigarette; mentre rivelo al mondo il cancro: divento grande e sono stanco.
La filosofia è un fuoco selvaggio, una supernovae di esasperazioni, catarro endovenoso intriso dalle nostre buffonate, da antenati confusi, dai nostri paesaggi onirici.
Sono trasparente quasi metafisico, orbito senza pace legato da una catena spessa che pulsa, pompa, mi tiene ancora quì.
Vivo distrattattamente nelle strutture futuristiche, sono in bianco e nero come la pece: mi eclisso per ogni scopo.
Ho un algoritmo come organismo, master-slave, mi rapporto tra assenza e gravità, agisco, non ho ordini superiori; il mio futuro è irrevocabile e appartiene alla gogna come probabile forma di verita e assoluto.
Guardami, giro in bicicletta sotto il vuoto asfissiante e doloroso della consapevolezza: la mia esperienza zoologia.
Come un asceta a volte abbraccio stormi di dettagli mi appoggio al veleno come flusso solidificato, catena spessa è sempre tesa a questo corpo; appeso come un santo: ancora ancorato all'inerzia di una piuma.

Commenti
Posta un commento