un inno laconico devoluto al rumore;
un chicco di riso nelle vostre mani congiunte
per la stupide speranze di troppe vite defunte.
Io sono un inno nomade ho un uccello fantastico,
attraverso le gambe che ho spalancato nei tempo,
anche se ho usurato le mie riflessioni; schizzato seme
tra anatomia pubica e increspature di grandi labbra violate;
mi muovo ancora lentamente come un completo per il piacere.
La luna pulsa sulla superficie di questo lago ansimante di "noi",
canta il silenzio che diventa animale selvaggiamente creativo;
un pezzo di genesi eretta incontaminata dai movimenti della terra:
dove gli Dèi siedono sul letto pregno di sudore tra l'uomo e la donna.
Siamo vagine con la testa perplessa, penetrate dall'urlo della luce,
rese umide dal silenzio dove anche gli Dèi non hanno origine.
Il nido da cui il ritmo primordiale eccitato ha preso il volo,
elevandosi in alto come un grande uccello in cielo;
le cui vene da leccare: sono strade per la lingua.
Un nuovo linguaggio per godere e gridare,
liberi di essere, osare; amare e scopare:
per il resto fate quello che vi pare.

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