forse non ce la farò mai,
bisogna avere una testa da Nobel
per fondere il ghiaccio girando la neve.
Ricreare l'antico falò bruciando stuzzicadenti,
sedersi sotto un albero gigante e dimenticare;
guardare la serenità calpestare cadaveri e ridere:
bruciare la mia esistenza e l'erba non fumo più.
Non voglio cadere in definizioni da intellettuale,
in quei totem sull'onnipotenza del culto e la forma.
Incantare con la semantica; non è dire o fare,
nessuna prosa ha mai avuto davvero senso.
I morsi della fame hanno denti e ti devastano,
lo stomaco i e suoi bisogni non sopravvivono,
non hanno rime o versi; il dolore vero è fisico.
La poesia ha il passamontagna e rapina verità,
è immonda e segretamente pronta ad esplodere.
Scrivere testi è musica per un vento senza senso.
Osservo questi veggenti con una bomba nel petto,
anche se il sole esiste al di là della comunicazione;
la tristezza ha un volto scarno che travolge la lingua:
lascia dietro di sé sporca bava con un filo sottile.
La pietra ha due suoni, nella pioggia e nell'aria;
quando la luce si affaccia e da eco alle coste.
Senza vestiti con la nudità di gambe aperte,
sfoggia se stessa arma e richiama bisogni,
scivola gocciolante tra le cosce di vetro;
un enorme cazzo e nessuna domanda.
Questa vita è così fugace e trasparente,
l'intelletto sbavante con la sua lingua;
ci addormenta con i nomi da cercare.
Si vive solo tra i fantasmi e le ombre,
per poi comunque morire dentro;
e comunque perdere tempo.

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